Lucio Trizzino

Biografia

Lucio Trizzino nasce professionalmente come architetto restauratore di edifici monumentali, e ha lavorato, fra i vari incarichi, ai templi di Segesta e Agrigento, alla Cattedrale di Monreale, e in vari Parchi Archeologici italiani. Per molti anni ha usato la fotografia come mezzo professionale d’indagine e documentazione dell’architettura e del territorio storico, ma da un paio di decenni, questa seconda “professione” prediletta è divenuto un interesse esclusivo rivolto in modo preminente alla comprensione delle passioni umane.
Siciliano di stirpe antica, dalle poche parole e dallo sguardo indagatore, Trizzino racconta l’umanità attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, cui affida pensieri, dubbi, sensazioni, emozioni. Che puntualmente si riflettono sulla pellicola non come freddi dati d’esperienza, bensì alla stregua di brevi composizioni poetiche, sorta di raffinati haiku con i quali condividono i toni semplici, senza alcun titolo, che elimina lungaggini lessicali e immagini retoriche, affidandosi alla sintesi fra pensiero e immagine. Ne sono nati sette volumi fotografici, ognuno con la sua cifra: Luogo di luoghi comuni (2008), Refoli di fotografia futurista (2010), Sciopero (2011), Treno (2012), Ansietà (2013), Guangdong (2015), Musae (2016). Che costituiscono un grande affresco della realtà contemporanea, italiana e internazionale, umana e artistica.

 

Critica / Opera

Serie fotografica: “Ansietà”
L’ansia sembra essere la costante della nostra epoca, l’insicurezza domina le nostre esistenze, sia essa economica, affettiva, personale. Pose e scorci inattesi, sorprendenti, che creano inquietanti illusioni, o forse inconsuete realtà, tali appunto da generare una reazione d’insicurezza. Dalle grandi realtà urbane ai centri minori, sedici capitoli che indagano l’arte, l’assenza, la solitudine, l’attesa. Inquadrature insolite, oggetti fuori posto, individui dalle espressioni indecifrabili, in attesa, artisti di strada. Tutto per raccontare situazioni sospese, dove il “prima” e il “dopo” sfumano in un precario “adesso”, gravido d’innumerevoli interrogativi. Una fotografia concettuale d’indagine sociale, caratterizzata da una particolare grammatica estetica, fatta di contrapposizioni fra luce e ombra, pieno e vuoto, antico e moderno. S’instaura quindi una dialettica interna all’immagine, prima ancora che con l’osservatore, una dialettica dalla quale emerge un’armonia estetica che non trova corrispondenza a livello concettuale; questi 121 scatti, dei quali è qui esposta una selezione, raccontano infatti un universo umano variegato e complesso, immerso in una quotidianità troppo spesso sofferta, quasi sempre potenzialmente conflittuale.
In particolare è con il volume Ansietà che la narrativa di Trizzino si avvicina a quella di Enrico Pea; la realtà che si presenta sotto i nostri occhi - ansiogena, problematica, nervosa -, assume una forza e un significato inconsueti, dai quali affiora l’essenza nascosta di corpi, oggetti, prospettive, posizioni, luci e ombre, che combinati insieme, e fissati dall’obiettivo, si fanno metafora di incomprensioni, solitudini, distanze, silenzi. Una distanza, un’ombra, o un qualsiasi oggetto non sono semplicemente ciò che sembrano, ma si ergono a strumenti di conoscenza, mezzi indiretti per misurare l’anima assente. Si potrebbe dire che Trizzino lavora anche per sensazioni, “per impronte”, che sono la traccia labile di azioni, pensieri, sensazioni, paure. Alla stregua di Pea, individua l’eterno del tempo, con la differenza che qui non affiora la sostanza viva: la scura quinta di questo viaggio per immagini e metafore, è proprio l’assenza dell’anima, assenza che l’autore sottolinea già nel titolo del volume, essendo l’ansia, e la malinconia che ne deriva, un lento consumarsi fino all’annullamento.
Interviene quindi una ridefinizione del significato del visibile, in considerazione di una realtà che si fa scrigno e scenario di malinconia. Trizzino ferma sulla pellicola una realtà indocile e inquieta, che esprime però una sua tragica bellezza: immagini da guardare e riguardare, come un’ideale Wunderkammer del pensiero, perché, anche se tragica, la bellezza salverà il mondo, istillando nell’individuo una rinnovata sensibilità con la quale adeguare ogni atteggiamento verso se stesso e gli altri.

 

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